Le processioni di Allah

I filari di corpi musulmani dislocati nei luoghi simbolo della vita civile e religiosa occidentale, ordinati con potente perizia paramilitare, ci segnalano un salto di livello nella strumentalizzazione fisica della libertà di preghiera e di espressione.
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 17:34
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Mentre ancora ci s’interroga con qualche reticenza o maldicenza di troppo sulla visibilità del cristianesimo nella società, nella cultura e nella temperie di guerra che oppone la democrazia israeliana all’islamismo terroristico asserragliato a Gaza, una stupefacente coda di cometa fondamentalista ha cominciato a occupare lo spazio pubblico delle nostre città. Piazza Duomo a Milano e San Petronio a Bologna, otto giorni fa, e sabato di nuovo le arterie milanesi fino all’atrio della stazione centrale, sono diventate l’oggetto di guerriglia santa praticata dall’islam che brucia le bandiere ebraiche, inneggia ai tagliagole e all’Intifada palestinese, e correda l’esibizione muscolare con una preghiera di massa che pare una solenne rassegna marziale.
Perché di questo, ormai, si tratta: i filari di corpi musulmani dislocati nei luoghi simbolo della vita civile e religiosa occidentale, ordinati con potente perizia paramilitare, ci segnalano un salto di livello nella strumentalizzazione fisica della libertà di preghiera e di espressione. Le moltitudini dei maomettani islamisti inginocchiati di fronte al simulacro invisibile della loro divinità, troppo spesso assunta come fonte di legittimazione per azioni intolleranti e omicide, sono il segno di una volontà precisa. La volontà di utilizzare il linguaggio della preghiera collettiva per perimetrare luoghi e tempi e riconsacrarli politicamente con il fuoco delle bandiere arse, con il ritmo delle litanie di guerra cadenzate come fossero il richiamo di un muezzin, e con l’effetto di trasformare un gesto cultuale nella promessa della sua imposizione.